Emiliano Brancaccio

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“GLOBAL TAX”: INTERVISTA A EMILIANO BRANCACCIO

(versione estesa di una intervista pubblicata
su Liberazione, 29 agosto 2009)

LA “GLOBAL TAX”? VA BENE
MA NON BASTA A FERMARLI

di Fabio Sebastiani

Lord Ardair Turner è il presidente della FSA, la Consob  inglese. Turner ha proposto di tassare le transazioni finanziarie allo scopo di ridimensionare il mercato dei capitali. La sua proposta è  stata ribattezzata “Global  Tax”, una specie di Tobin tax applicata agli scambi finanziari. Liberazione ha intervistato Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica presso l’Università del Sannio a Benevento.

Cosa pensi di questa proposta?

Turner parte da una giusta constatazione: grazie alle deregolamentazioni di questi anni i mercati finanziari si sono paurosamente “gonfiati”. Il risultato di questa enorme espansione è che oggi gli intermediari finanziari, le banche e i brokers, assorbono una quota colossale e ingiustificata del reddito nazionale. Tra l’altro, è una massa di reddito che attira i migliori cervelli, i quali finiscono per specializzarsi in finanza anziché per esempio in medicina o ingegneria.

Ed ecco quindi la Tobin tax, che tuttavia è stata  divulgata in talmente tante versioni da diventare quasi irriconoscibile.

Per contrastare l’espansione del mondo della finanza Turner propone di introdurre una variante della Tobin Tax che in realtà risale a Keynes, e che consiste in una imposta da applicarsi su ogni singola transazione finanziaria. Lo scopo sarebbe di rendere più costose le transazioni in modo da scoraggiarle e quindi ridurre il volume complessivo degli scambi e le dimensioni stesse del mercato finanziario. Per  rispondere alla domanda, devo riconoscere che Turner interpreta correttamente la Tobin tax. Infatti, non propone la versione che definisco “ingenua” della imposta, cioè quella dello slogan “tassiamo i ricchi per dare ai poveri”. Uno slogan suggestivo, che è stato molto in voga negli anni del movimento, ma che in realtà si riduce a un piccolo pedaggio, a una piccola elemosina, pagata la quale i capitalisti finanziari continuerebbero a scambiare titoli e ad agire indisturbati.

Un tentativo di correzione della interpretazione, quindi?

Turner dice espressamente che l’imposta dovrebbe essere sufficientemente alta da scoraggiare le transazioni, che è esattamente la proposta che venne avanzata da Keynes per gli scambi finanziari e successivamente da Tobin per le conversioni di valuta. Ora, io non so quale sia il destino di questa esternazione: Turner è a fine mandato e la sua dichiarazione sembra più che altro il frutto di una polemica scatenata dal probabile passaggio di poteri dalla FSA alla Banca centrale d’Inghilterra. Però è sicuramente positivo che il ruolo centrale dei mercati finanziari e il potere immenso che hanno venga messo in discussione da un “insider”, benché dimissionario.  Devo tuttavia anche aggiungere che non mi convince molto la semplice riedizione di una sorta di Tobin Tax, sia pure nella sua versione originaria “forte”, perché credo che non sia sufficiente allo scopo.

E cosa potrebbe esserci oltre la Tobin Tax?

Se volessimo realmente affrontare il problema del potere enorme della finanza dovremmo in primo luogo domandarci da dove essa abbia tratto le enormi risorse che le hanno permesso di ingigantirsi. A questo proposito dovremmo in primo luogo criticare l’azione “a monte” delle banche centrali e dei governi che, per esempio, per tentare di rimediare alla crisi mettono nuova moneta proprio nelle mani della finanza. Questo denaro fresco viene utilizzato per risollevare i prezzi dei titoli, cioè per rivitalizzare i mercati finanziari dopo il tracollo dei mesi scorsi. Si tratta di risorse pubbliche che invece potrebbero essere immesse nel sistema attraverso canali alternativi, per esempio rifinanziando lo Stato sociale. Ma non è finita qui, poiché la finanza gode anche di una erogazione situata “a valle” del circuito capitalistico. A questo proposito, andrebbero  messe in discussione quelle scelte politiche che hanno indotto i lavoratori a mettere i loro risparmi nei prodotti finanziari privati, sottraendoli così alla previdenza pubblica. Questa massa di risparmi dei lavoratori è stata una manna per i mercati finanziari ed è un’altra causa diretta della loro gigantesca crescita. Più che di Tobin tax, quindi, dovremmo parlare di questi meccanismi profondi, che denotano la centralità dei mercati finanziari nel meccansimo del circuito capitalistico. E che ne hanno determinato un ingigantimento spaventoso. Mi rendo conto che si tratta di temi colossali, ma è questo il tempo giusto per affrontarli. I mercati finanziari sono stati ricoperti da fiumi di denaro e ci hanno ripagati con la più pesante crisi dal dopoguerra ad oggi. Il loro totale fallimento in realtà è un sintomo della più generale inefficienza del meccanismo dei prezzi capitalisitici. E quindi meriterebbe di essere seriamente approfondito, per essere trasformato in tema di lotta politica generale.

Intanto però questa proposta consente di segnare una inversione di marcia culturale.

Non saprei, può anche darsi, e comunque condizionatamente al fatto che finalmente anche a sinistra si rispetti la versione corretta della Tobin tax. Nel passato il movimento si è fatto fregare dalla versione “ingenua” di quella imposta. Però ripeto: i tempi sono tali che abbiamo bisogno di una lettura complessiva, di sistema. Ed è per questo che insisto sulla necessità di contrastare il meccanismo monetario “a monte” e “a valle” attraverso il quale i mercati si sono ingigantiti. Per esempio, sarebbe ora di fare autocritica sui tagli alla previdenza pubblica e sulla pretesa di compensarli favorendo la previdenza complementare e privata. Tra l’altro ho il sospetto che molti fondi pensionistici privati siano in grave difficoltà. La privatizzazione della previdenza è stata un disastro, sarebbe ora di invertire la rotta.

Tornando alla “global tax”, se questa imposta serve a scoraggiare le transazioni e non serve a fare gettito rimane il problema del  debito pubblico.

Il problema non è quello delle dimensioni del debito pubblico. E’ vero però che sussiste tuttora un pericolo di fuga speculativa dai titoli pubblici, specialmente italiani. Anche per questo temo che si sfrutti questa preoccupazione per puntare a una ulteriore pesante sforbiciata al sistema dello Stato sociale. Il rischio di nuovi tagli al welfare resta altissimo, non solo in Italia ma anche in molti altri paesi. Tuttavia i tagli al welfare non sono affatto obbligati, esistono delle precise alternative. Ad esempio stiamo vedendo che i paradisi fiscali si possono contrastare se non addirittura cancellare del tutto. E’ la dimostrazione del fatto che un rinnovato sistema progressivo di imposizione fiscale sui redditi più alti e sui patrimoni sarebbe possibile. Chiaramente si dovrebbe insistere in questa direzione. Il controllo dei capitali in fuga fa parte di quel generale processo di de-globalizzazione in corso i cui esiti sono ancora tutti da definire. Esso potrebbe avere risvolti autoritari e inquietanti, ma potrebbe anche costituire una occasione di riscatto per il movimento dei lavoratori. Dipende da chi saprà meglio sfruttarlo sul piano politico. Al momento la sinistra è in grave ritardo, ma le prospettive future restano ancora aperte. Ancora per un po’.