Emiliano Brancaccio

Ricerca, didattica e divulgazione
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Quale austerità? (1)

Il Sole 24 OreDomenica (13 maggio 2012)

di Emiliano Brancaccio

 

Il libro che ho scritto con Marco Passarella, dal titolo “L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa” (Il Saggiatore), ha due obiettivi preliminari. Il primo è di evidenziare che le politiche di restrizione dei bilanci pubblici hanno colpito in modo sistematico i lavoratori subordinati e i gruppi sociali più svantaggiati, e spesso si sono verificate in coincidenza con aumenti degli sprechi e persino dei cosiddetti privilegi “di casta”. In questo senso, indipendentemente dal colore politico dei governi che le sostengono, le politiche di austerity possono esser definite “di destra”. Il secondo obiettivo è di mostrare che le politiche di tagli alla spesa e di aumento del prelievo fiscale deprimono la domanda di beni e servizi, aggravano la crisi economica e per questa via non salvaguardano la zona euro ma, al contrario, contribuiscono ad accrescere la probabilità di una sua deflagrazione. Tale conclusione è condivisa da svariati premi Nobel e risulta ormai prevalente in ambito accademico. Da essa il nostro libro trae delle logiche previsioni e suggerisce misure di intervento ispirate ai contenuti di una lettera che 250 economisti pubblicarono due anni fa sul Sole 24 Ore. Tuttavia Giorgio Barba Navaretti giudica le nostre proposte «demagogiche» e «populiste» (Il Sole 24 Ore, 29 aprile). A sostegno delle sue libere opinioni egli però non fornisce argomenti testabili. L’unica eccezione è rappresentata dal passo in cui dichiara che «la virtuosità tedesca premiata dagli spread giustifica il rigore del Fiscal Compact». Tale affermazione non è condivisibile. Essa lascia intendere che l’andamento degli spread dipenda dall’andamento dei bilanci pubblici. Ma, come ricordiamo nel nostro libro, evidenze empiriche consolidate mostrano che gli spread dipendono da molteplici variabili, tra le quali il deficit pubblico non è la principale. Più rilevante risulta l’indebitamento verso l’estero, sia pubblico che privato. I paesi indebitati verso l’estero sono infatti quelli che, più di altri, potrebbero vedersi costretti all’abbandono dell’euro e alla svalutazione. Gli operatori sui mercati quindi si cautelano esigendo tassi d’interesse più alti sui titoli di quei paesi, con conseguente aumento degli spread. Le implicazioni sono rilevantissime: i maggiori guai dell’Unione monetaria europea non vengono dal dissesto dei bilanci pubblici ma da squilibri tra le bilance commerciali verso l’estero, con la Germania che vende molto, compra poco e quindi accumula crediti pubblici e privati verso i paesi periferici. Per Barba Navaretti tali squilibri dovrebbero essere risolti tramite un mix di soluzioni che egli definisce «ragionevoli e moderate». Tra di esse vi è l’idea di introdurre un sistema di parziali trasferimenti di bilancio dai paesi forti come la Germania a quelli maggiormente in difficoltà. Questa proposta è agevolmente condivisibile, ma affinché non venga tacciata di mero assistenzialismo dovrebbe essere accompagnata da interventi sul versante dei divari competitivi. A tale riguardo, però, Barba Navaretti sostiene che non è giusto chiedere alla Germania di contribuire al riequilibrio tramite una interruzione della sua prolungata politica di deflazione relativa dei salari e dei prezzi. Per Barba l’aggiustamento dovrebbe spettare ai soli paesi periferici, che dovrebbero conseguire gli incrementi di competitività necessari per aumentare le vendite nette all’estero. Il problema, come ha fatto notare il capo economista del FMI, è che per raggiungere lo scopo tali paesi dovrebbero accettare abbattimenti dei salari monetari di proporzioni colossali, superiori al venti percento. Onestamente fatichiamo a considerare “moderata” e “ragionevole” una simile soluzione. In realtà, come i fatti stanno mostrando, proprio l’insistenza su questo tipo di ricette rischia di scatenare una violenta deflazione, che alimenterà il fuoco della demagogia e del populismo e ci sospingerà verso la disgregazione dell’euro e al limite dello stesso mercato unico.

Emiliano Brancaccio

 

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