Emiliano Brancaccio

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Quale austerità? (2)

Il Sole 24 Ore – Domenica (13 maggio 2012)

di Giorgio Barba Navaretti


La demagogia si fonda su false promesse. Di questa si nutrono le posizioni anti-rigoriste dei partiti populisti agli estremi dello spettro politico.  Brancaccio e Passarella credono invece in quello che dicono e lo fondano in ricerche scientifiche. Ma le loro tesi, che a mio giudizio non sono corrette (il che ha solo a che fare con la mia opinione) e la semplificazione che ne fanno, danno sponda al vuoto populista. Approccio che anche non aiuta ad attenuare la demagogia di sponda opposta, quella del rigore estremo. Riprendo alcuni enunciati del libro e provo a spiegare perché sono fuorvianti.

“L’austerità non aiuta ad uscire dalla crisi ed aumenta la probabilità di una deflagrazione dell’area euro”. Che l’austerità sia recessiva non c’è dubbio; che l’asimmetria nella fede del rigore fiscale crei tensioni in Europa anche. Ma a questa strada non c’è alternativa, soprattutto quando si chiedono ogni settimana al mercato miliardi di euro di denaro fresco. Il rigore può essere più o meno intenso (nei tempi e nei saldi); la composizione del rigore può variare (entrate, uscite ecc.); la distribuzione del rigore tra paesi può essere non simmetrica. Il punto dunque è discutere sul come, di quale austerità, non di austerità sì o no.

“Le politiche di austerità colpiscono i più svantaggiati”. E’ un’affermazione generica. L’austerità non è per forza iniqua. Il nodo è la composizione delle misure. E questo dipende dal potere relativo dei gruppi di interesse, il che non coincide sempre con il livello di reddito. Allora il problema non è il taglio, ma la possibilità di riallocare benefici e oneri della macchina pubblica. Che questo sia maledettamente difficile lo dimostra la fatica che Monti sta facendo per tagliare le spese. Ma sarebbe folle riporre le forbici con l’argomento della possibile iniquità dei tagli. E così né intaccare gli sprechi, né tutelare i bisogni reali.

“La competitività tedesca si basa su deflazione di prezzi e salari, se l’Europa unita la segue la periferia si impoverisce”. La Germania è competitiva nonostante salari elevati perché è riuscita ad utilizzare il lavoro in modo produttivo ed efficiente (e così riducendo l’incidenza del costo del lavoro). Per il Sud, già misero – noi compresi – la soluzione non è la deflazione, ridurre i salari, ma riforme radicali che rifondino la competitività e aumentino la produttività. L’Europa può essere più integrata e nell’insieme più efficiente, solo così è possibile ridurre gli squilibri esteri dei singoli Stati membri. Ma facendo le riforme non si può nel frattempo morire di fame. Per questo distribuire risorse fiscali ai paesi in crisi è essenziale. Ed è sbagliata l’ostinata riluttanza dei presunti virtuosi.

Ci sarebbero infiniti spunti nel libro di cui discutere.  Lo spazio è tiranno. In conclusione solo un pensiero banale. Chi divulga cose complesse, soprattutto in momenti come questi, ricordi che la verità assoluta non esiste. Solo l’arte pragmatica del procedere con cautela può riportarci ad un’economia più equilibrata e giusta. Ed evitare che la necessaria agenda riformista sia inghiottita dalla demagogia.

Giorgio Barba Navaretti


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