Emiliano Brancaccio

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Brancaccio: “Per la nostra economia c’è poco da esultare”

iMEC-FIOM, 13 novembre 2015

Intervista di Gabriele Polo

“Se la tua squadra del cuore sta perdendo 10 a 0 e a pochi minuti dalla fine della partita riesce a segnare un goal, non ti metti mica a fare i salti di gioia…”. Emiliano Brancaccio, economista e docente all’Università del Sannio, usa questa metafora calcistica per stigmatizzare l’enfasi con cui il governo e i partiti della maggioranza decretano la fine della crisi economica e l’inizio della ripresa.

Però tra gufi lo possiamo ammettere, qualche segno positivo negli indicatori economici c’è. O no?

Innanzitutto lascerei in pace i simpatici e bellissimi gufi. Semmai chi critica la narrazione governativa della crisi e della presunta ripresa è una Cassandra, personaggio che certamente fa previsioni spiacevoli, ma che altrettanto certamente coglie nel segno. Proviamo a ragionare sui dati. L’anno in corso dovrebbe chiudersi con un aumento del Pil dello 0,9%. Su questa previsione si basano i messaggi di ottimismo del governo, che per questo invoca l’applauso del pubblico. Ma questa retorica si scontra con il fatto che dall’inizio della crisi abbiamo perso 10 punti di Pil: come segnare un goal quando si è sotto 10 a zero, appunto. Mi pare ci sia poco da esultare. Aggiungo che è fuori luogo anche l’entusiasmo del governo per i dati sull’occupazione. La stragrande maggioranza dei nuovi contratti di lavoro stipulati quest’anno è costituita da trasformazioni dei vecchi contratti a tempo determinato nel nuovo contratto previsto dal Jobs Act: in sostanza si tratta di meri passaggi da una forma palese a una forma più sottile di precariato, che si spiegano non certo con una ventata di ottimismo da parte degli imprenditori ma con la semplice volontà di guadagnare dalla generosa finestra di sgravi fiscali e contributivi aperta dal governo. L’effetto finale in termini di occupazione totale sarà modesto: la Commissione europea stima che a fine 2015 l’Italia registri un recupero di 180.000 posti di lavoro. Se anche a consuntivo la previsione si rivelerà azzeccata, ci ritroveremo comunque con 900 mila posti di lavoro distrutti rispetto al 2008. E quando la finestra degli sgravi verrà chiusa, rischieremo di tornare punto e a capo.

A proposito di Commissione europea, le esultanze del governo sono sostenute anche dalle previsioni favorevoli sull’andamento dell’economia italiana per il 2016 che arrivano proprio dalla Commissione, dal Fmi e dall’Ocse. Tutti ebbri d’ottimismo?

Quando si allunga l’orizzonte delle previsioni consiglierei massima prudenza. Nel recente passato, quando si è trattato di fare stime sugli andamenti economici dell’anno successivo, questi organismi hanno commesso errori imbarazzanti: per l’Italia hanno pronosticato una crescita anche di tre punti percentuali superiore a quella che poi è stata la crescita effettiva, e sulla Grecia sono arrivati a commettere errori di previsione fino a sette punti e mezzo.

In questo futuro tutto da scrivere c’è un caso italiano? Una particolarità che distingue la gestione e le conseguenze della crisi del nostro paese rispetto agli altri?

La crisi ha una valenza internazionale, ma assume poi articolazioni specifiche nelle varie regioni del mondo. Per esempio in Europa il tracollo ha colpito principalmente i paesi del Sud, Francia compresa, che complessivamente hanno perso sei milioni di posti di lavoro. L’Italia si inscrive in questo scenario più ampio e non costituisce un’eccezione. Anche dal punto di vista delle ristrutturazioni produttive e del sistema bancario l’Italia sta percorrendo un sentiero battuto da altri. Spagna, Irlanda e Grecia sono già state costrette ad avviare programmi di liquidazione delle banche nazionali guidati dalla BCE, che comporteranno un progressivo spostamento all’estero della testa pensante del capitale finanziario, con effetti facilmente prevedibili per il ruolo di questi paesi nella futura divisione internazionale del lavoro. Noi siamo i prossimi della lista. Basti notare che l’Italia detiene il record europeo di imprese insolventi, un incremento del centocinquanta percento dall’inizio della crisi. Questa tendenza si ripercuote sui bilanci degli istituti di credito, il che rende le nostre banche tra le più deficitarie in termini di patrimonializzazione. All’appuntamento della prossima crisi le banche italiane arriveranno in tremendo affanno, direi peggio di tutti a livello europeo. Dentro il sistema dell’euro, non potranno fare altro che liquidare pezzi di capitale a favore di acquirenti esteri.

In questi anni di crisi il lavoro è diventato più povero e sono aumentate le persone sotto la soglia di povertà. Come si ripercuote questa trasformazione sugli equilibri sociali e politici? Sembra quasi che una parte della società venga abbandonata a se stessa ed esclusa persino dalla ricerca del consenso.

La crisi ha modificato profondamente il quadro sociale e politico, certo. Non è solo questione di caduta dei salari o di aumento delle persone sotto la povertà: si registra anche un allontanamento progressivo di interi strati sociali dalla partecipazione politica, persino dal semplice atto del voto. La risposta in termini di politica economica e del consenso, peraltro, è in linea con questo deterioramento generale. Basti notare la tendenza a concepire gli interventi contro la povertà come sostitutivi delle tutele del lavoro. Sostituire la parola “lavoratori” con la parola “poveri” è indicativo di uno scivolamento della politica nel più deteriore dei populismi, e caratterizza oggi sia le forze di governo che quelle d’opposizione. E’ una narrazione semplicistica della realtà, che espunge persino dal linguaggio il conflitto principale, quello tra capitale e lavoro, e lo sostituisce con una generica indignazione dei “poveri” e degli “impoveriti” contro una non meglio precisata “casta di ricchi”. Questi schemi banalizzanti non aiutano a comprendere la realtà, e rischiano di pregiudicare ogni possibile istanza futura di cambiamento.