Emiliano Brancaccio

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EUROPEAN PARLIAMENT: FOR AN “INTERNATIONAL SOCIAL STANDARD” ON CAPITAL MOVEMENTS

PARLAMENTO EUROPEO:
PER UNO STANDARD SOCIALE INTERNAZIONALE SUI MOVIMENTI DI CAPITALI

PARLAMENTO EUROPEO
Bruxelles, 7 dicembre 2016
Conferenza GUE/NGL
“Resistance and alternatives to free trade”

*** voir aussi la TRADUCTION EN FRANCAIS ****

 

Intervento di Emiliano Brancaccio *

Questa conferenza è intitolata “Resistenze e alternative al libero scambio”. Il tema è di assoluta rilevanza, ma vorrei far notare che il “libero scambio” è in crisi già da qualche anno. I dati indicano che dal 2008 ad oggi sono state introdotte e mai rimosse ben 1196 nuove misure di limitazione degli scambi commerciali tra i paesi del G20, e si è verificato un aumento del 12% del numero complessivo di restrizioni ai movimenti internazionali di capitale. Queste misure restrittive sono state adottate non solo da paesi relativamente piccoli come la Malesia o l’Argentina, ma anche da giganti del calibro di Russia, India, Cina e soprattutto Stati Uniti d’America. Solo considerando il biennio 2014-2015, gli Stati Uniti hanno avviato 385 investigazioni anti-dumping che hanno dato luogo a varie ritorsioni nei confronti di paesi concorrenti. Oggi Trump lo grida ad alta voce mentre Obama magari preferiva sussurrarlo, ma a ben guardare la politica americana asseconda già da tempo il vento protezionista che sta soffiando sul mondo.

La lotta in corso tra liberoscambisti e protezionisti è una lotta interna alla classe capitalista. Quella tendenza che Marx definiva “centralizzazione” determina una contesa tra capitali forti che intendono abbattere i confini doganali per proseguire nella loro opera di egemonizzazione dei mercati, e capitali deboli che si difendono elevando barriere. E’ facile rilevare che in questa lotta il lavoro e le sue residue rappresentanze non sono protagonisti. Il lavoro è piuttosto una variabile residuale, che subisce le iniziative altrui. Così come il lavoro è stato “carne da cannoni” nella fase della globalizzazione, così il lavoro rischia di non trarre vantaggi dalla nuova fase di tendenziale protezionismo.

Molte, come è noto, sono le cause strutturali, di lungo periodo, di questa reiterata posizione di sudditanza politica. Le più rilevanti attengono alle ricadute in termini di scomposizione di classe che sono maturate durante più di un trentennio, nella fase di sviluppo e apogeo di quel regime di accumulazione che per più di un trentennio è ruotato intorno alla finanza privata e alle tendenze verso la centralizzazione internazionale dei capitali che parossisticamente essa alimentava. Quel regime tuttavia è entrato da qualche anno in una fase di crisi, che potrà avere ripercussioni più o meno rilevanti sul suo assetto ma che è in ogni caso conclamata. La lotta interna alla classe capitalista, tra protezionisti e liberoscambisti, rappresenta una rilevante manifestazione di questa crisi. A date condizioni, essa potrebbe rivelarsi un’occasione per le rappresentanze del lavoro, per le sinistre e per i movimenti di emancipazione sociale: un’occasione per fare chiarezza al proprio interno e, se possibile, per incunearsi nella lotta in corso e tentare di rientrare nella grande partita politica.

Per rendere praticabili tali ambiziosi obiettivi, a mio avviso, bisognerebbe in primo luogo superare una pedestre nonché funesta contesa che si sta facendo strada anche in seno alla sinistra, tra vecchi globalisti acritici e novelli apologeti di un non meglio definito “sovranismo nazionalista”. Un modo per andare oltre questa disputa sterile esiste: occorre unificare le forze materiali e intellettuali per avviare una elaborazione collettiva intorno alla vecchia ma non desueta parola d’ordine dell’ “internazionalismo del lavoro”.

Per il perseguimento di questo scopo, io qui porto alla vostra gentile attenzione una proposta che nelle sue varie declinazioni, in Italia, in Francia e in altri paesi, ha già suscitato interessanti discussioni e ha anche raccolto alcuni consensi in ambito politico. Ho denominato questa proposta in vari modi: “International social standard sulla moneta”, oppure “standard sociale sugli scambi internazionali”. L’espressione forse più efficace è “International social standard sui movimenti di capitale”, e laddove necessario anche sui movimenti di merci [1]. Il nome tuttavia non è così importante.

Con tutte queste espressioni intendo una proposta inedita di gestione delle relazioni finanziarie e commerciali tra paesi, sia fuori che dentro l’Europa, basata principalmente sul ripristino dei controlli sui movimenti di capitale, e laddove necessario anche di merci. La principale novità del “social standard” consiste nel fatto che i controlli sui movimenti di capitale dovrebbero essere introdotti specialmente verso quei paesi che fanno “dumping sociale” a colpi di concorrenza al ribasso sui salari, sul fisco, sui diritti sociali e ambientali, e per questo accumulano squilibri commerciali verso l’estero. L’adozione di un “social standard sulla moneta” implicherebbe cioè controlli sui movimenti di capitale, e al limite anche di merci, da e verso quei paesi che accumulano surplus commerciali e crediti verso l’estero a colpi di “dumping sociale” interno, o viceversa che compensano il “dumping sociale” interno attraverso un forte deficit verso l’estero. Le relazioni finanziarie e commerciali tra paesi verrebbero in questo modo condizionate alla comune decisione di non ricorrere a politiche di competizione al ribasso sui salari, sul fisco e più in generale sui diritti. L’argine dei controlli sui capitali, infatti, proteggerebbe i paesi che aderiscono al “social standard” dai paesi che fanno dumping sociale e quindi accentuano gli squilibri macroeconomici.

L’idea di un “International social standard sui movimenti di capitale” non nasce dal nulla. Le sue origini possono esser fatte risalire a un’intuizione di Guido Carli, governatore della Banca d’Italia e ostinato apologeta del “laissez faire”, che negli anni Settanta del secolo scorso utilizzò l’espressione “labour standard sulla moneta” in senso spregiativo, per intendere uno stato di soggezione delle politiche monetarie alle istanze del lavoro e dei movimenti di rivendicazione sociale. In realtà quella soggezione monetaria alle istanze sociali aveva molti meriti. Il “social standard” è anche frutto di una rielaborazione del cosiddetto “European wage standard”, una proposta che avanzai nel 2011 e che ebbe qualche seguito in sede europea. Ma soprattutto, dal punto di vista logico il “social standard” può esser considerato una sintesi tra il concetto di “labour standard” elaborato dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e la cosiddetta “clausola della valuta scarsa” tuttora presente nello statuto del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Combinando queste due misure, il “social standard” sui movimenti di capitale, e più in generale sugli scambi internazionali, connette il problema del riequilibrio macroeconomico tra paesi alla questione politica della salvaguardia e dello sviluppo dei diritti sociali.

Non è questa la sede per entrare nei dettagli tecnici della proposta. Piuttosto, in questo consesso può essere utile elencare i legami tra le proprietà analitiche del “social standard” e alcune sue possibili implicazioni politiche.

Innanzitutto, rispetto al “labour standard” dell’ILO e alle vecchie “clausole sociali” spesso citate nei programmi politici di vari partiti, il “social standard sui movimenti di capitale” presenta una novità rilevante. Le vecchie proposte, come è noto, si limitavano a tracciare una linea assoluta di demarcazione dei diritti, che sanciva il rispetto o meno di determinati “standard internazionali”. Di conseguenza, tali soluzioni tendevano a favorire i paesi avanzati a scapito dei paesi meno sviluppati e anche per questo finivano per arenarsi in sede di trattativa politica. Il “social standard sui movimenti di capitale”, invece, guarda non solo ai livelli assoluti dei diritti sociali ma anche e soprattutto alle loro eventuali variazioni al ribasso e ai loro nessi con gli andamenti dei conti verso l’estero. Stando al “social standard”, se un paese avanzato fa “dumping sociale” in concomitanza con un suo squilibrio verso l’estero, esso potrà subire ritorsioni anche se il livello assoluto dei salari e dei diritti che lo contraddistingue sia ancora relativamente alto a livello mondiale. La proposta, in tal modo, non discrimina i paesi meno sviluppati rispetto ai paesi avanzati, e dunque non divide il Nord dal Sud del mondo.

In secondo luogo, riguardo al suo impiego in Europa, il “social standard sui movimenti di capitali” aiuta anche a superare le banalizzanti controversie intorno ai destini dell’Unione monetaria, tra i vecchi propugnatori dell’ormai stantia retorica della moneta unica e novelli sostenitori dell’uscita dall’euro come soluzione di tutti i mali. A tal proposito, è interessante notare che il nucleo logico del “social standard sui movimenti di capitale” potrebbe trovare parziale applicazione da parte di uno o più paesi già alla luce delle attuali norme dei Trattati europei che contemplano il ricorso ai controlli sui movimenti di capitale e che sono state già applicate in senso estensivo durante le crisi di Cipro e della Grecia: il “social standard” suggerisce infatti un’interpretazione delle attuali norme ancor più avanzata, atta a collegare la disciplina del Six Pack alle misure inerenti ai controlli sui capitali, e proprio per questo in grado di alimentare  contraddizioni dialettiche feconde in seno al’Unione. Ma soprattutto, il “social standard sui movimenti di capitale” costituisce una proposta realistica e avanzata di fronte alla prospettiva di una futura implosione dell’attuale assetto dell’Unione monetaria europea, un’eventualità che abbiamo più volte considerato probabile [2]. Il “social standard sui movimenti di capitale” rappresenta in questo senso un’alternativa alle proposte di chi vorrebbe gestire l’eventualità di un tracollo dell’eurozona lasciando i tassi di cambio al gioco erratico del mercato e degli speculatori, e magari ammetterebbe pure che i debiti dei paesi uscenti restassero denominati in euro. Suggerite negli ultimi anni dalle parti più retrive dell’ arco politico europeo, queste soluzioni gattopardesche mirano a cambiare tutto, persino la moneta unica, affinché nulla in fondo cambi nei rapporti di forza tra i gruppi sociali coinvolti nella crisi. Contro di esse, è urgente indicare un’altra via verso un diverso regime monetario delle relazioni europee: il “social standard” è un’opzione possibile.

In terzo luogo, a riprova della sua duttilità politica, il “social standard sui movimenti di capitali” può scaturire da un accordo multilaterale, ma può anche essere applicato immediatamente da un singolo paese per poi venire esteso ad altri paesi in base a successivi accordi di cooperazione. Le probabilità di successo dell’applicazione del “social standard” a livello di singolo paese dipenderebbero dallo stato iniziale delle sue partite correnti e dalla connessa, iniziale dipendenza o meno da finanziamenti esteri. Naturalmente, un consolidamento dello “standard sociale sugli scambi internazionali” sarebbe tanto più probabile al crescere nel tempo del numero di paesi coinvolti. Esaminato da questo punto di vista, il “social standard” aiuta anche a comprendere quanto complesso sia il problema dell’individuazione di un sistema di relazioni tra economia interna ed internazionale che possa dirsi progressivo, e quanto banale e fuorviante sia la posizione di chi vorrebbe ridurre l’odierna fase politica a una mera disputa tra globalisti e nazionalisti.

Infine, l’idea di “International social standard sui movimenti di capitale” può anche rivelarsi una potente arma dialettica contro l’avanzata di quelle destre xenofobe che da anni raccolgono consensi invocando il blocco dell’immigrazione, e che invece non proferiscono parola sul tema ben più rilevante, e logicamente prioritario, del controllo dei movimenti di capitale. Per intenderci: le destre xenofobe propongono di “arrestare gli immigrati”? Ebbene, la sinistra dovrebbe contrapporsi ad esse proponendo di “arrestare i capitali”, che con le loro continue scorrerie internazionali alimentano il dumping sociale, scatenano il caos macroeconomico e in ultima istanza inducono anche disperate migrazioni di massa.

Il “social standard sui movimenti di capitale” è dunque una proposta realistica, che può aiutare le sinistre europee a sviluppare una posizione critica alternativa rispetto alla lotta in corso tra liberoscambisti e protezionisti, e soprattutto può aiutare a superare l’ottusa disputa in corso tra vecchi europeisti acritici e nuovi apologeti del sovranismo nazionalista. Questa contesa banalizzante e sterile sta montando anche in seno alla sinistra europea e rischia di spaccarla ulteriormente, in modo irrimediabile, negli anni a venire. Bisogna superarla.

Oltre l’ingenua apologia globalista, e contro il revanchismo nazionalista e xenofobo, potremmo definire il “social standard sui movimenti di capitale” come un primo tassello, tangibile e non retorico, per la edificazione di un nuovo, moderno internazionalismo del lavoro.

*  Università del Sannio

 

 

[1] Cfr. anche E. Brancaccio, “Back to the Old European Monetary System? A comment on Lafontaine” (Summit for a Plan B in Europe, Paris, 23 January 2016). Sebbene il “social standard sulla moneta” possa trovare applicazione soprattutto al di fuori dell’Unione monetaria europea, alcune sue proprietà analitiche sono rintracciabili in una soluzione già avanzata alcuni anni fa, in seno alle proposte di riforma dell’eurozona: E. Brancaccio, “Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a ‘European wage standard’ (International Journal of Political Economy, 41, 1).

[2] AA.VV., “The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles”, Financial Times, 23 September 2013 (www.theeconomistswarning.com).

      

Testo dell’intervento di Emiliano Brancaccio alla Conferenza GUE/NGL “Worldwide resistence and alternatives to free trade” (Parlamento Europeo, Bruxelles, 7 dicembre 2016). La riproduzione è consentita citando la fonte.

       

*** TRADUCTION EN FRANCAIS ****