I LAVORATORI DIPENDENTI E L’EURO

16 dicembre 2013. Le politiche di austerity e le cosiddette riforme strutturali non riducono la forbice tra gli andamenti economici dei paesi dell’eurozona ma tendono ad accentuarla. Né l’unione bancaria costituisce una soluzione: anzi, con simili divergenze negli andamenti macroeconomici, le ristrutturazioni che deriverebbero dall’unione bancaria potrebbero accentuare il processo di “mezzogiornificazione” dei paesi periferici dell’eurozona. A queste condizioni l’unione monetaria europea resta dunque insostenibile. Il problema, come segnalato dal “monito degli economisti” pubblicato poche settimane fa sul Financial Times, è che esistono modalità alternative di uscita dell’eurozona. Vi è in primo luogo una modalità di abbandono della moneta unica definibile “gattopardesca”, di stampo liberista e liberoscambista, che si limiterebbe ad affidare i tassi di cambio al gioco erratico delle forze del mercato, che non metterebbe assolutamente in discussione il mercato unico europeo e che eviterebbe qualsiasi meccanismo di tutela dei lavoratori subordinati e dei salari. Ma esiste anche un’altra opzione, definibile statuale e protezionista: un’alternativa che lega l’uscita dalla moneta unica alla messa in discussione di alcuni aspetti del mercato unico europeo, che in tal senso associa l’abbandono dell’euro alle nazionalizzazioni bancarie e che mira, tra l’altro, a tutelare i lavoratori subordinati e il potere d’acquisto delle retribuzioni. Allo stato attuale si tratta di una opzione minoritaria, che tuttavia presenta una interessante caratteristica politica: chi rassicura i lavoratori dipendenti può spaccare il sistema del consenso in Italia e creare una maggioranza anti-euro. Intervento di Emiliano Brancaccio al seminario organizzato dal gruppo parlamentare del M5S presso il Palazzo dei Gruppi, Camera dei Deputati.