Emiliano Brancaccio

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Una “questione meridionale” su scala europea

Il Mattino, 26 giugno 2014

di Emiliano Brancaccio

Le attuali politiche economiche riproducono lo storico dualismo tra Settentrione e Mezzogiorno d’Italia su scala europea. Con la forbice tra Nord e Sud Europa che si allarga, il quadro finanziario dell’eurozona non potrà stabilizzarsi e le prospettive di tenuta della moneta unica europea rimarranno incerte. Emerge così una nuova “questione meridionale”, che investe l’intera Unione e può incidere sui suoi destini.

L’attuale crisi europea è un fenomeno complesso, non solo per le sue dimensioni generali ma anche per le tremende divergenze macroeconomiche che produce. Tra il 2008 e il 2013 Spagna, Italia, Portogallo, Grecia e Francia hanno perso complessivamente più di sei milioni di posti di lavoro, mentre in Germania si è registrato un aumento dell’occupazione di un milione e mezzo di unità. Inoltre, dall’inizio della crisi le insolvenze delle imprese sono diminuite in Germania mentre sono aumentate del novanta percento in Italia e del duecento percento in Spagna. Si tratta di una forbice senza precedenti in epoca di pace, che tra l’altro alimenta le sofferenze delle banche mediterranee e accentua la loro debolezza rispetto agli istituti di credito del Nord del continente. La politica monetaria della BCE è uno strumento troppo limitato per fronteggiare da sola una crisi così asimmetrica, che ricade soprattutto sul Sud Europa e che invece sembra avvantaggiare la Germania e alcuni suoi satelliti.

Il guaio è che le altre leve della politica economica, a partire da quella fiscale, restano ancorate alla linea dell’austerity. A questo proposito molti auspicano un allentamento dei vincoli di bilancio imposti dai trattati europei, cercando di scorgere nella linea del governo tedesco qualche apertura in tal senso. Per il momento, tuttavia, nell’establishment comunitario la dottrina dell’austerità resta prevalente: lo dimostrano le ultime raccomandazioni della Commissione Europea, che esorta il governo italiano ad insistere con le manovre di taglio della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale. Sotto questo aspetto, non solo il governo tedesco ma anche la Commissione, la BCE e le altre istituzioni europee insistono con l’idea che ulteriori restrizioni dei bilanci statali contribuiranno al risanamento finanziario e alla ripresa economica dei paesi del Sud Europa.

Eppure gli errori di previsione compiuti negli ultimi anni dovrebbero indurre qualche riflessione. Nella primavera del 2010 la Commissione europea formulò una previsione di crescita del Pil italiano per il 2011 di 1,4 punti percentuali; in realtà a fine anno l’incremento effettivo della produzione nazionale fu di appena 0,4 punti. Per il 2012 l’errore della Commissione fu ancor più accentuato: la sua previsione di crescita di 1,3 punti venne smentita da un crollo di 2,4 punti. Ed ancora, per il 2013 Bruxelles stimò un aumento del Pil di 0,4 punti, ma il risultato effettivo fu una caduta di altri 1,8 punti. C’è da scommettere che anche per il 2014 assisteremo a una pesante revisione al ribasso delle stime iniziali. Oltretutto questi peccati di ottimismo sull’andamento del Pil italiano non costituiscono un’eccezione. Un esempio ancor più lampante è costituito dalla previsione 2011 sull’andamento della produzione in Grecia per l’anno successivo: uno scarto dal dato reale addirittura superiore ai sette punti percentuali.

Ovviamente, man mano che ci si avvicina alla fine dell’anno le stime della Commissione tendono a migliorare, ma di solito gli errori iniziali sono di tale portata da pregiudicare anche le correzioni successive. Al cospetto di errori così ampi, gli economisti usano dire che non si potrebbe far peggio nemmeno se le previsioni fossero formulate in base a una “passeggiata casuale” sui numeri da parte di un ubriaco.

La spiegazione più accreditata di questi abbagli è che le istituzioni europee stanno sottovalutando quel fenomeno che va sotto il nome di “moltiplicatore keynesiano”: una data contrazione del deficit pubblico può determinare una riduzione ancor più accentuata della domanda di beni e servizi e quindi anche della produzione e del reddito nazionale, con la conseguenza di peggiorare anziché migliorare le capacità di rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Si tratta di una sottovalutazione grave anche perché accentua la spaccatura interna all’eurozona. L’austerità, infatti, viene imposta soprattutto ai paesi mediterranei. Avere così pesantemente sottostimato gli effetti depressivi di questa politica sta determinando un ulteriore ampliamento dei divari tra il Sud e il Nord dell’Unione, senza peraltro sanare la situazione finanziaria dei paesi del Sud. Si alimenta in tal modo quella che Paul Krugman definì “mezzogiornificazione” europea, e che oggi si può interpretare come una riproduzione su scala continentale del tremendo dualismo che da decenni condiziona i rapporti tra settentrione e meridione d’Italia. Potremmo dire, insomma, che lungo la linea di faglia tra Nord e Sud Europa sta emergendo una nuova questione meridionale, che travalica i confini del nostro paese e potrebbe incidere sui destini delle istituzioni comunitarie.

E’ esattamente questo lo scenario preannunciato dal “monito degli economisti” apparso sul Financial Times nel settembre scorso: con una politica di austerity che contribuisce all’allargamento della forbice macroeconomica tra paesi del Nord e paesi del Sud, il quadro finanziario dell’eurozona non potrà stabilizzarsi e le prospettive di tenuta della Unione monetaria europea rimarranno fragili.

                                                                 Emiliano Brancaccio

        

articolo pubblicato su Il Mattino del 26 giugno 2014 con il titolo redazionale “Perché l’austerity allarga i divari tra Nord e Sud Europa”. La riproduzione è consentita citando la fonte.

Emiliano Brancaccio