Emiliano Brancaccio

Ricerca, didattica e divulgazione
Research, teaching and media

Brancaccio: “L’eurozona? Insostenibile. Tsipras valuti anche l’uscita dall’euro”

Micromega online, 13 gennaio 2015

Secondo l’economista l’uscita della Grecia dalla moneta unica è un’opzione difficile, che al momento Syriza non contempla. Ma la storia europea potrebbe intraprendere sentieri molto diversi a seconda di quali forze politiche, per prime, si assumeranno il compito di trarre le conseguenze del fallimento dell’eurozona: “Oggi l’egemonia politica è contesa tra liberisti e razzisti. Se la sinistra affrontasse per prima i nodi dell’euro, le prospettive europee potrebbero farsi meno cupe”.

Le elezioni in Grecia del prossimo 25 gennaio hanno assunto una valenza europea. La vittoria di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras incutono paura alla finanza e ai poteri forti dell’Unione Europea. Il presidente Junker ha invitato a “non votare in modo sbagliato”, il Fondo Monetario Internazionale ha annunciato la sospensione dei negoziati sugli aiuti alla Grecia fino alla formazione del nuovo governo, mentre i mercati hanno mandato a picco la borsa di Atene facendo schizzare in alto i tassi sui titoli di Stato. Indicazioni arrivano anche dalla Germania: la Cancelliera Angela Merkel ha ribadito che dopo le elezioni la Grecia non dovrà abbandonare le politiche di austerity e di competitività salariale, mentre il ministro delle Finanze Wolfgang Schauble ha dichiarato che solo rispettando i “memorandum” imposti dalla Troika i greci potranno rimettere i conti in ordine e avviare la ripresa. Che partita si sta realmente giocando ad Atene? Ne parliamo con Emiliano Brancaccio, docente di Economia all’Università del Sannio e promotore del “monito degli economisti”, un documento pubblicato sul Financial Times nel 2013, alquanto scettico sulle future possibilità di sopravvivenza dell’euro.

Professor Brancaccio, alle ricette della Troika non c’è alternativa?

Sarebbe come dire che non c’è alternativa al suicidio. Quelle ricette verranno probabilmente ricordate come uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea. Teniamo presente che la Grecia le applica già da quattro anni, con enormi sacrifici per la popolazione: rispetto al 2010 la pressione fiscale è aumentata di otto punti percentuali rispetto al Pil e la spesa pubblica è diminuita di quasi quattro punti, corrispondente a un crollo di trenta miliardi; i salari monetari sono caduti di dodici punti percentuali e il loro potere d’acquisto è precipitato in media di quattordici punti, con picchi negativi di oltre trenta punti in alcuni comparti. La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia. Ma le sue previsioni sull’andamento del Pil greco sono state seccamente smentite: per il 2011 la Commissione previde un Pil stazionario, che in realtà crollò di sette punti; per il 2012 annunciò addirittura una crescita di un punto, e fu sconfessata da una caduta di sei punti e mezzo; nel 2013 la previsione fu di crescita zero, e invece il Pil greco precipitò di altri 4 punti. Anche per il 2014 si registra uno scarto tra le rosee stime di Bruxelles e la realtà dei fatti ad Atene. Gli economisti usano dire che nemmeno la passeggiata casuale di un ubriaco sui numeri avrebbe potuto fare peggio…

Quale credibilità si può assegnare a chi commette errori così gravi e reiterati?

La verità, come ormai riconoscono a denti stretti persino al FMI, è che le ricette della Troika rappresentano la causa principale del crollo della domanda e della conseguente distruzione di produzione e occupazione avvenuta in Grecia: negli ultimi cinque anni, ben ottocentomila posti di lavoro in meno. Né si può dire che tali ricette abbiano stabilizzato i bilanci: il crollo della produzione ha implicato un’esplosione del rapporto tra debito pubblico e Pil, aumentato in cinque anni di trenta punti percentuali.

A Salonicco Syriza ha stilato una carta programmatica in caso di vittoria: tra i punti cardine la rinegoziazione del debito pubblico, la moratoria sul pagamento degli interessi e un New Deal Europeo che possa far uscire dalla depressione economica i Paesi del Sud. Un piano di riforma radicale dell’Europa che, secondo Tsipras, la Troika sarà costretta ad accettare perché gran parte del debito greco è ancora in mano, in primis, al Fmi e ai banchieri tedeschi. Andrà realmente a finire così?

L’esistenza di un debito estero non è un motivo sufficiente per ritenere che un eventuale governo guidato da Syriza possa modificare in misura tangibile le politiche economiche europee. Non dimentichiamo che proprio queste politiche hanno contribuito ad allargare la forbice tra paesi deboli e paesi forti dell’Unione: con la Grecia, l’Italia e il resto del Sud Europa che hanno subìto un crollo degli occupati e un boom delle insolvenze delle imprese, mentre la Germania ha visto aumentare in modo significativo l’occupazione. E’ esattamente lo scenario di “mezzogiornificazione” europea e di violenta centralizzazione dei capitali al quale ambiscono i portatori degli interessi prevalenti, in Germania e non solo. Questi soggetti stanno ottenendo quel che volevano: perché dovrebbero mutare la loro posizione a seguito di una vittoria di Tsipras? Al limite offriranno un’austerità appena un po’ mitigata, un piatto avvelenato che condannerebbe Syriza alla stessa agonia che ha ridotto ai minimi termini il Pasok di Papandreou.

Ma stavolta un governo di sinistra in Grecia potrebbe ripudiare il debito. Questa non potrebbe essere una valida arma al tavolo delle trattative europee?

Che sia un’arma efficace per spostare i rapporti di forza a Bruxelles, ho seri dubbi. Di sicuro però il rigetto di una parte del debito accumulato sarebbe una soluzione logicamente più razionale di quelle attualmente in campo. Sul piano storico non costituirebbe nemmeno una particolare novità. Un problema tuttavia esiste: il ripudio unilaterale del debito indurrebbe la BCE a bloccare le erogazioni e determinerebbe una nuova crisi di liquidità. A quel punto la Grecia sarebbe costretta ad abbandonare l’euro per tornare a stampare moneta nazionale.

Ma nel progetto di Syriza non è prevista l’uscita dall’euro…

Soprattutto in tema di moneta, ciò che una forza politica dichiara in campagna elettorale vale solo fino a un certo punto. Fare propaganda sull’uscita da un regime monetario espone ad attacchi speculativi. Ecco perché la storia offre moltissimi esempi di leader politici che prima giurano fedeltà all’assetto monetario vigente ma poi lo abbandonano senza troppo indugio. Certo, se Tsipras vincesse e si ostinasse a escludere l’opzione di uscita dall’euro, una elementare logica macroeconomica induce a temere che finirebbe schiacciato fra le tenaglie dell’austerity e andrebbe quindi a ficcarsi in un imbuto politico senza sbocco. Se così andasse, sarebbe l’ennesima meteora della politica europea e la sinistra continentale rischierebbe di esser nuovamente cacciata nel cono d’ombra dell’irrilevanza.

Però Lei e gli altri firmatari del “monito degli economisti” avete sottolineato che l’uscita dall’euro comporta diversi problemi, e avete criticato quelli che tendono a considerarla una panacea per tutti i mali.

Certo, ma abbiamo pure criticato coloro che considerano l’uscita dall’euro una via per l’inferno e dimenticano di notare che molti paesi dell’eurozona, in primis la Grecia, sono già completamente avvolti dalle fiamme della crisi. Se vogliamo andare oltre la disputa banalizzante tra pasdaran pro-euro e ultras anti-euro, dobbiamo comprendere la tesi di fondo del nostro “monito”: l’attuale assetto dell’eurozona è oggettivamente contraddittorio e in prospettiva non sostenibile; pertanto, indipendentemente da desideri e auspici, il susseguirsi degli avvenimenti renderà inevitabile l’implosione della moneta unica, ameno per come la conosciamo oggi. Resta da capire chi darà inizio al processo.

Ragioniamo per ipotesi. Se un eventuale governo Tsipras in Grecia decidesse di considerare l’opzione dell’uscita dall’euro, quali problemi dovrebbe affrontare?

Il successo di questo tipo di operazioni dipende soprattutto dalla capacità di tenere in equilibrio i conti verso l’estero. La storia degli abbandoni dei regimi monetari ci dice che i creditori internazionali possono minacciare ben poco se un paese riesce a bilanciare import ed export e quindi, almeno per un certo periodo, può evitare di contrarre nuovi debiti all’estero. Per la Grecia non sarebbe un’impresa facile: le difficoltà deriverebbero dal fatto che la desertificazione produttiva ha creato danni persino più profondi che altrove, per cui il paese dipende oggi più che in passato dalle merci importate. A questo proposito, i lavori dei colleghi Dimitri Papadimitriou e Gennaro Zezza, del Levy Economics Institute, segnalano che l’abbandono della moneta unica e l’attuazione di una politica di espansione della domanda in Grecia provocherebbero un aumento delle importazioni e un peggioramento del saldo estero che la svalutazione del cambio potrebbe assorbire solo dopo un certo tempo, e solo a date condizioni. Tra queste io citerei un controllo dei movimenti di capitale e al limite di alcune merci base, l’acquisizione statale delle banche in difficoltà, l’avvio di una politica industriale pubblica e l’intensificazione di rapporti internazionali privilegiati con quei paesi disposti a tenere aperte le linee di credito. Il caso greco chiarisce in modo lampante che l’uscita dall’euro, presa a sé stante, non è risolutiva, e che per avere senso dovrebbe esser collocata in un piano più generale di riforma della politica economica e dei rapporti internazionali.

Nel “monito” ricordate pure che esistono modi alternativi di gestire un’eventuale uscita dall’euro, ognuno dei quali avrebbe ricadute molto diverse sulle diverse classi sociali coinvolte.

Basti pensare ai salari: se esci da un regime monetario prevedendo una tutela delle retribuzioni tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, provochi effetti ben diversi rispetto al caso in cui lasci i lavoratori sguarniti. Anche per questo motivo sarebbe preferibile che la sinistra europea cominciasse a prendere atto della intrinseca tendenza alla crisi dell’eurozona e a contemplare l’opzione di un suo abbandono. Il rischio, altrimenti, è che nel momento in cui diventerà inevitabile adottarla, tale opzione sia egemonizzata da forze neofasciste e gattopardesche. Penso al Front National o alla Lega di Salvini, che non a caso propone l’uscita dall’euro in collegamento con la “flat tax”: una soluzione invereconda, un ennesimo regalo ai ricchi.

Intanto in Italia Beppe Grillo ha attaccato Tsipras e lanciato il suo referendum per l’uscita dalla moneta unica. Qual è la Sua posizione in merito?

Se ho ben capito, la proposta del Movimento Cinque Stelle consiste in una legge di iniziativa popolare che dovrebbe esser votata dal Parlamento per indire un referendum consultivo sull’euro. Politicamente si annuncia un percorso a dir poco tortuoso, ma se viene intesa come una campagna per tener viva l’attenzione sul problema della insostenibilità dell’euro non ci vedo nulla di male, anzi. Devo dire però che non mi è molto chiaro il programma generale di politica economica in cui il M5S vorrebbe inscrivere una eventuale opzione di uscita: per esempio, non ho capito se immaginano una politica di salvaguardia dei salari. Come abbiamo detto, l’abbandono dell’euro può esser gestito in modi alternativi. Salvini ha già fatto la sua scelta, smaccatamente di destra. Riguardo agli altri, le cose mi sembrano ancora abbastanza indefinite.

In Italia sta anche circolando un appello sulla creazione di una nuova moneta fiscale per uscire dalla crisi, parallela all’euro. Tra i firmatari anche Luciano Gallino. Lei che ne pensa?

L’obiettivo di fondo è ovviamente condivisibile, ma mi lascia perplesso la tesi dell’appello secondo cui la “moneta fiscale” sarebbe compatibile con gli attuali Trattati europei. Se di moneta si tratta, allora la proposta entra in contrasto con l’attribuzione del monopolio della emissione alla BCE. Se non si tratta di moneta allora va inscritta nel bilancio pubblico, e quindi si scontra con il limite del tre percento tra deficit e Pil. Piuttosto che cercare improbabili compatibilità, forse sarebbe meglio andare dritti al nodo della insostenibilità dei Trattati stessi.

Perché mai così tanti a sinistra continuano a considerare l’ipotesi di deflagrazione dell’euro come una eventualità improponibile, di cui non si può nemmeno discutere?

La sinistra è priva da tempo di una intelligenza collettiva in grado di esaminare criticamente le dinamiche reali del capitale. Stiamo ancora a evocare i fasti della globalizzazione e della moneta unica mentre il capitale ha già svoltato verso una fase neo-imperialista e protezionista, fatta di rinnovati equilibri geo-strategici tra potenze, anche in seno all’Europa. In questo modo ci si trova sempre in affanno, un passo indietro rispetto allo scorrere degli eventi, e si resta succubi delle interpretazioni del processo capitalistico suggerite dall’ideologia dominante. Un tempo era la banale retorica europeista creata a immagine degli interessi del grande capitale, in futuro potrebbe essere un nazionalismo retrivo espressione delle rivendicazioni dei capitalisti minori. Insomma, gli interessi prevalenti fanno e disfano le istituzioni che governano il processo di accumulazione, magari si liberano senza rimpianti di una moneta per costruirne un’altra, costruiscono ogni volta una nuova narrazione che giustifichi le decisioni, e in questo continuo turbinio i lavoratori non hanno mai una propria bussola, una chiave di lettura che sia espressione delle loro istanze: di conseguenza, come ieri votavano i retori dell’unificazione europea nel segno del liberismo e dell’austerity, domani rischiano di appoggiare Salvini in nome della guerra santa ai lavoratori immigrati. O magari, peggio ancora, in futuro potrebbero affidarsi a un nuovo leader che incarni una combinazione perversa tra le due opzioni.

Se un eventuale governo Tsipras vedesse fallire le trattative per la rinegoziazione del debito e decidesse quindi di rompere gli indugi e uscire dall’euro, quali sarebbero le ripercussioni per l’Unione europea?

Difficile dire se Syriza avrà mai la forza per trarre il dado dell’euro. Se tuttavia ciò avvenisse, si verificherebbe un effetto domino che coinvolgerebbe tutti i paesi del Sud Europa e sottoporrebbe a tensioni difficilmente sostenibili la tenuta complessiva dell’Unione. Coloro i quali ritenevano che il caso greco fosse particolare e potesse essere isolato, sono stati smentiti nel 2010 e verrebbero smentiti anche stavolta. Lungi dal costituire un’eccezione, la Grecia con i suoi guai rappresenta una porta sul futuro di tutto il meridione europeo. Se dovesse anche diventare un crocevia per i destini dell’euro, il quadro politico continentale si ripulirebbe dalle ambiguità, dividendosi in modo netto tra chi sostiene la battaglia della sinistra greca e chi rema contro di essa. Le stesse prospettive dell’egemonia politica in Europa, oggi contesa tra liberisti e razzisti, potrebbero farsi un po’ meno cupe. Come ha accennato recentemente persino Paul Krugman, la storia europea potrebbe intraprendere sentieri molto diversi a seconda di quali forze politiche, per prime, si assumeranno la responsabilità di trarre le conseguenze della insostenibilità dell’Unione economica e monetaria. Non nutro grandissime speranze, ma semmai il bivio passerà per un’Atene rossa anziché per una Parigi nera, sarà una grazia per i destini di tutti i popoli europei.

(Intervista di Giacomo Russo Spena apparsa su “micromega online”. La riproduzione è consentita citando la fonte)